SANANDREA

Nelle acque che bagnano le zone del Capo di Leuca   all’altezza di Torre Vado si trovano i resti di una nave ridotta oramai solo a pezzi di lamiere e di metallo sparsi sul fondale che producono un affascinante effetto cromatico grazie alle spugne che nel corso degli anni li hanno ricoperti. È praticamente impossibile ricostruire l’aspetto della nave da ciò che si trova sul fondo del mare: nessuna parte è integra, si riconoscono lamiere contorte dello scafo, cavi metallici, pezzi di apparecchiature, la grande ancora, su una lamiera deformata ci sono degli oblò e alcuni elementi che appartenevano alla macchina vapore dal cui aspetto si deduce che sia saltata in aria. Ciò che rende molto interessante questi resti è la storia della nave a cui essi appartenevano. I subacquei esperti di relitti sono infatti affascinati dal ritrovamento di navi che giacciono sui fondali marini proprio perché ciò permette loro di immergersi nel blu e di esplorare i relitti volteggiando liberamente nelle acque a varie profondità; non bisogna però sottovalutare la curiosità di queste persone che, partendo dai resti che visitano in mare, hanno voglia di ricostruire la storia della nave, del battello o di qualsiasi tipo di natante a cui essi appartenevano.
È così che gli esperti hanno capito che le lamiere deformate, le ossature della nave in parte piegate e gli altri elementi sparsi in una vasta area sono la testimonianza di una forte esplosione. L’identificazione della nave non è stata difficile: i resti si trovano nel punto 39° 49, 330’ N – 18° 15’ E e fonti storiche rivelano che a quelle coordinate affondò la nave cisterna Sant’Andrea, bombardata da aeroplani inglesi nel 1942. I dati coincidono e i resti disposti in maniera caotica e frammentata sono compatibili con quelli della nave cisterna italiana. La nave, costruita nei antieri inglesi Sir W.G. Armstrong, Whitworth & Co, a Newcastle upon Tyne, nacque con il nome di Hyrcania e fu realizzata per conto della Caspian Oil company di Londra. L’Hyrcania era una nave cisterna di 5077 tonnellate di stazza lorda, lunga 122 m e larga 15,45; si muoveva grazie ad una macchina a vapore e raggiungeva gli 11 nodi di velocità; disponeva di 16 serbatoi di carico per un volume di quasi 9000 metri cubi. Curiosando nei registri della Armstrong Withworth, gli esperti hanno scoperto che aveva una gemella: la Joyo Maru, realizzata per lo Joyo Maru Tank Steamship Company Limited di Liverpool. La Joyo Maru fu varata l’11 agosto del 1908, mentre la Hyrcania tre giorni dopo. Entrambe furono completate nell’ottobre dello stesso anno. La Joyo Maru fu ceduta ad altre compagnie di trasporto che gli diedero nomi differenti e fu infine demolita nel 1934. L’Hyrcania, invece, continuò a servire la Caspian Oil per sedici anni, quando, per problemi economici della società ormai in liquidazione, passò alla omologa francese Société Franco-Caspienne des Petroles SA, mantenendo il nome originario. Rimase Hyrcania anche quando fu ceduta all’italiana Scopinich e Monta di Genova nel 1930 che due anni dopo le cambiò il nome in Sant’Andrea; nel 1934 la nave passò di proprietà alla Monta e Angeloni e, infine, nel 1937, alla Polena Società di Navigazione, sempre di Genova. È buffo notare come questa compagnia fosse associata alla Società Anonima di Navigazione Corrado, armatrice, fra l’altro, della Caterina Madre, nave il cui relitto si trova poco più a nord di quello della Sanandrea nelle acque di Torre Vado. Durante la seconda guerra mondiale, la Sant’Andrea fu requisita dalla Regia Marina a partire dal 9 dicembre 1940, senza essere iscritta nel ruolo del naviglio ausiliario dello Stato. Nel 1942, il suo compito principale era quello di portare rifornimenti di carburante verso l’Africa settentrionale dove avvenivano feroci battaglie, principalmente fra i tedeschi, supportati dalle nostre truppe, e gli inglesi. Alla fine di agosto del 1942 la Sant’Andrea lasciò il porto di Taranto diretta a Tobruch, attraverso il Pireo, ma non giunse mai a destinazione. Secondo quanto riportato dall’Ammiraglio Talleri nel suo rapporto la nave lasciò il porto di Taranto all’alba del 30 agosto navigando lungo la costa; alle 14:15 si trovava a circa un miglio da Torre Vado nei pressi di Capo Santa Maria di Leuca, scortata dalla torpediniera Antares. Il convoglio sorvolato da caccia tedeschi e da una scorta antisommergibile e anti-aerosiluranti, avvistò ben oltre 12 aerei nemici, del tipo Bristol Beaufighter, a bassa quota che da sud si dirigeva verso est; lungo la stessa rotta, a quote più alte si trovavano le formazioni aeree tedesche e italiane. L’Antares non aprì subito il fuoco verso gli aerei nemici per la presenza dei caccia alleati ma reagì solo quando una parte della formazione nemica si diresse verso il convoglio sferrando il proprio attacco. Il Sant’Andrea fece fuoco con le proprie mitragliatrici contro gli aerei attaccanti ma alcuni di questi lanciarono bombe che colpirono la nave cisterna; pochi istanti dopo anche la nave scorta fu attaccata con raffiche di mitragliatrici anche se l’Antares cercò di difendersi a colpi di cannone. La Sant’Andrea, colpita dalle bombe inglesi, si incendiò e affondò nelle prime ore del 31 agosto 1942, con la perdita di cinquanta uomini su cinquantacinque che costituivano il suo equipaggio. Dal porto di Gallipoli partì il dragamine R54 e da Taranto partirono l’Istria e il rimorchiatore Tenace per prestare assistenza alla nave colpita e incendiata ma purtroppo fu impossibile qualsiasi forma di soccorso salvo il recupero dei pochi superstiti, quasi tutti feriti. I rapporti inglesi riportano una versione differente riferendo che l’intelligence britannica era a conoscenza della rotta della nave cisterna italiana diretta in Africa e aveva pertanto pianificato l’attacco al convoglio nemico per evitare che la Sant’Andrea riuscisse a portare il carburante di scorta alle forze dell’Asse Italia-Germania. In effetti, gli inglesi stavano preparando l’operazione Lightfood (ottobre 1942) con la vittoriosa seconda battaglia di El Alamein e non volevano che Rommel e gli italiani ricevessero i rifornimenti. Per questo, prima di mezzogiorno del 30 agosto, nove aeroplani Bristol Beaufort decollarono da Malta, scortati da nove Bristol Beaufighter. Cinque di questi Beaufighter avevano imbarcato anche delle bombe. Dopo il decollo, tre Beaufighter rientrarono per problemi ai motori, ma i restanti aerei della formazione localizzarono il piccolo convoglio italiano. Come scorta al convoglio italiano gli equipaggi britannici videro tre aeroplani monomotori MC200, 3 bombardieri Junker88 e due idrovolanti antisommergibile: un Arado e un Cant Z 501.
Secondo i registri inglesi la torpediniera Antares aprì il fuoco, con il suo armamento pesante, contro la massa compatta degli aerei della Raf, ma il comandante ordinò di cessare l’attaco nel timore di colpire i due idrovolanti alleati. Due dei Beaufighter inglesi attaccarono la nave scorta da direzioni differenti; a questo punti i Beaufighter, attaccati dagli aerei nemici si allontanarono e rientrarono a Malta. Nel frattempo, pero, quattro Beaufort lanciarono i loro siluri e uno di essi centrò la Sant’Andrea causando una enorme esplosione. L’identificazione della nave affondata nelle acque Salentine non può dirsi assolutamente certa, ma tutto coincide con i pochi resti frammentati visibili nell’area di diametro circa 200 m posta a poco distanza dal porto di Torre Vado. Considerando quindi la tragica fine di questa nave fermata nel suo tentativo di portare rifornimenti alle truppe in Africa, i subacquei che si immergono ad esplorare queste lamiere sparse sul fondale di 20 metri si muovono certamente con un forte senso di rispetto nei confronti di quei 50 marinai scesi per sempre sul fondo, nel cuore della loro nave incendiata e dilaniata da una immane esplosione. Dal punto di vista biologico i resti della Sant’Andrea sono interessanti: essi giacciono alla profondità di 20 mt su un fondale sabbioso circondato da piccoli scogli dove vivono specie marine di entrambe gli habitat. Intorno a questi resti passano fitti banchi di pesci tra cui a volte si distinguono merluzzi e barracuda mediterranei. Le lamiere della nave sono state inoltre ricoperte da spugne variopinte che creano un paesaggio cromatico spettacolare per i subacquei ricreativi che si dilettano a fotografare i resti del relitto.
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