MINA

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Le grandi guerre che sono state combattute all’inizio del Novecento hanno impresso nella memoria dei nostri anziani dei ricordi indelebili che, per quanto abbiano cercato di raccontare, le nostre generazioni possono solo provare ad immaginare. Tra le armi utilizzate in quegli anni particolare è il caso delle mine navali: spesso gli appassionati di subacquea durante le loro immersioni di piacere si sono trovati di fronte ad alcune di queste silenziose e ormai storiche armi belliche di cui i fondali dei nostri mari sono cosparsi e che a volte potrebbero risultare pericolosi. Infatti, durante il Secondo Conflitto Mondiale le flotte belliche in navigazione sui mari Italiani decisero di attuare azioni di attacco navale e di difesa delle proprie coste e dei porti attraverso l’uso di migliaia di mine di costruzione Italiana e Tedesca, disseminate nei nostri mari. Nelle acque italiane furono rilasciate circa 25.000 mine navali italiane a forma sferica utilizzate per affondare le navi che vi urtavano contro o che passavano vicine. Nel 1897 il guardiamarina Emanuele Elia permise di fare un salto di qualità nella costruzione e nella posa delle mine denominate “torpedini” caricate con un nuovo potente esplosivo, il tritolo, capaci di affondare ogni tipo di nave solcasse i mari in quei burrascosi anni di guerra.
L’idea più importante per il lavoro di posamine realizzata da Elia fu l’invenzione del carrello che, immergendosi a profondità programmate, permetteva di ancorare le mine sul fondale, rendendole invisibili e quindi più insidiose perché non più galleggianti. Nel sistema adottato dagli Italiani la mina era costituita da una sfera metallica a tenuta stagna al cui centro c’era un piccolo contenitore che conteneva l’esplosivo, sospeso dall’involucro esterno attraverso dei raggi metallici; sulla parte alta della mina c’erano dei cilindri in piombo (chiamati urtanti) contenenti acido. In seguito all’urto di una nave contro gli urtanti, l’acido colava fino all’esplosivo e provocava la detonazione. Nei nostri mari furono sganciate inoltre circa 12.000 mine di fabbricazione tedesca, molto più sofisticate nel sistema di detonazione della carica esplosiva. Queste furono dotate di altri tipi di sensori come quelli magnetici che si attivavano solo al passaggio di grosse navi, risparmiando quindi le piccole imbarcazioni e i pescherecci in legno, i sensori a pressione barostatica che erano capaci di sentire la variazione di pressione provocata dall’onda al passaggio delle navi ed infine i sensori acustici che erano attivati dal rumore delle eliche delle navi. Questi ordigni potevano essere posati sui fondali evitando il contatto diretto con le navi nemiche per causare l’esplosione e potevano essere attivati contemporaneamente da più sensori. Il principale costruttore italiano di armi belliche, la ditta Pignone di Firenze, produsse mine denominate P125, P150 e P200 a seconda dei kg di esplosivo contenuti; le mine Elia contenevano 145 kg, le mine Bollo, il cui nome si deve all’Ammiraglio G. Bollo, altro specialista di armi subacquee, contengono 130 kg. Oltre a questi modelli sui nostri fondali si possono ancora ritrovare mine risalenti alla Prima Guerra Mondiale di tipo Francese contenenti 100 kg di esplosivo e un tipo Austriaco, la C15, anch’essa con un carico di 100 kg. Queste potenti armi da guerra potevano essere posate sul fondo a diverse profondità: la P125 a soli 12 mt, la P145 a 60 mt e la P200 a ben 100 mt.
A queste profondità le mine non erano destinate a colpire le navi in navigazione, quanto piuttosto ad interrompere l’offensiva dei sommergibili che dopo il 1943 divennero la principale arma da guerra dei Tedeschi. In tal senso Inglesi e Francesi sistemarono molte mine a grandi profondità per proteggere i porti e i passaggi obbligati dei loro convogli dagli attacchi dei sommergibili nemici. La maggior parte dei residui bellici rinvenuti sono stati recuperati, disinnescati o fatti brillare, altri invece giacciono silenziosi sul fondale marino e rappresentano perciò un pericolo per chi si dovesse imbattere in uno di questi ordigni inesplosi. Nei fondali più profondi non è raro infatti ritrovare delle mine, alcune delle quali però col tempo sono state trascinate dalle reti dei pescatori anche fino a profondità meno elevate, proprio in quei fondali che erano già stati bonificati dopo la guerra. Questo è il caso della mina antinave scoperta pochi anni fa poco più a sud del Capo di Otranto (chiamato Punta Facì) appoggiata su un fondale fangoso di circa 39 mt. L’ordigno non è sempre visibile in quando si trova in una zona spesso attraversata da fortissime correnti che rendono l’acqua torbida e la visibilità scarsa. L’immersione risulta invece affascinante nei giorni in cui le correnti siano attenuate e l’acqua limpida permette di vedere questa mina abbandonata dai nostri padri impegnati nelle terribili fatiche della guerra.
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