ADONIS

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Tanti sono i dubbi che riguardano l’identità e le cause dell’affondamento della nave che giace a 72 mt di profondità sul fondale Salentino a circa tre miglia dalla costa di Otranto in assetto di navigazione. Già nel 1982 un corallaio del posto si imbatté in questo relitto quando, navigando al largo di Otranto, vide un enorme segnale sul monitor del suo eco-scandaglio; il canale d’Otranto è esposto a notevoli correnti ed è quindi ricco di corallo. Immaginando che fosse un grosso masso ricoperto di questo prezioso minerale si immerse con entusiasmo ma fu molto deluso quando vide che si trattava di una nave. Da allora nessuno più è sceso sul relitto fino a quando, quasi 30 anni dopo, nel 2011 un gruppo di sub locali ha svolto una serie di immersioni in condizioni raramente ottimali per cercare di svelare i misteri che avvolgono questo relitto. Le versioni che riguardano le cause dell’affondamento dell’Adonis II sono varie e discordanti. Le persone del posto raccontano che dopo aver caricato vetri e grano ad Otranto in una buia notte del 1957 la nave partì diretta in Grecia con tre uomini di equipaggio; a circa tre miglia dal porto una delle caldaie che alimentavano i motori a vapore esplose e la nave iniziò ad imbarcare acqua. Dal porto di Otranto partì immediatamente in suo soccorso il rimorchiatore Ardimentoso che riuscì ad agganciare il cavo di traino sull’Adonis II; durante il trasporto verso il vicino porto la nave da carico già in stato di emergenza imbarcò ancora più acqua ed iniziò ad affondare. Per evitare che anche l’Ardimentoso fosse trascinato sul fondo da questa grossa nave da carico lunga circa 100 mt, l’equipaggio dell’Adonis II cercò di tagliare il cavo da rimorchio ma la fiamma ossidrica non si accendeva; scoraggiati, due dei tre membri della nave salirono a bordo del rimorchiatore mentre il terzo rimasto a bordo riuscì a rompere il cavo con una mazza riportando gravi danni fisici (si racconta che in seguito allo sforzo estremo o all’improvvisa rottura del grosso cavo metallico che lo investì perdette un braccio). Grazie alla tenacia di questo coraggioso uomo l’Ardimentoso fu salvo e l’Adonis II si adagiò sul fondo.
Sembra però che questa descrizione dell’affondamento dell’Adonis II si discosti dalla realtà. Principalmente sui database nautici l’unica nave riportata con il nome Adonis (senza il “II”) è quella dell’armatore greco Nicholas D. Papalios. Questa nave nacque con il nome di Interawe nel 1914 nel cantiere dei fratelli Mackay per la Currie Line; dopo aver avuto vari proprietari, nel 1956 passò a Papalios con il nome di Adonis (dal nome del dio greco simbolo de bellezza e desiderio). Lunga 87 mt e larga 13, la nave aveva una stazza di 2196 e una propulsione con macchina a vapore, per una velocità massima di 8,5 nodi. Le carte riportano però che questa nave si sarebbe arenata sulle coste della Libia il 19 febbraio 1960. Un gruppo di sub tecnici che si è occupato della ricerca delle notizie relative a questo relitto ha incontrato il direttore di macchina che era sull’Ardimentoso quando l’Adonis affondò. Egli racconta che nel 1957, forse nel mese di settembre, intervennero per rimorchiare l’Adonis a Brindisi, in quanto imbarcava acqua. La descrive come una nave da 3000-3500 tonnellate di stazza; per evitare problemi i soccorritori sigillarono i boccaporti delle stive per evitare che affondasse ma l’acqua entrava comunque, i boccaporti saltarono e la nave iniziò ad affondare. Tutti coloro che erano a bordo dell’Adonis scesero su una scialuppa che poi rimase in uso sull’Ardimentoso per anni. L’uomo ricorda bene che sulla scialuppa c’era scritto esattamente il nome Adonis II. Mentre la nave affondava, toccò il fondo con la poppa e l’equipaggio del rimorchiatore riuscì a sganciare il cavo di rimorchio salvando almeno questa imbarcazione.
Altri dettagli, anch’essi divergenti dalle precedenti testimonianze, sono stati forniti da uno dei due proprietari dell’Ardimentoso, il sig. Mimmo Barretta, che era a bordo del rimorchiatore al momento dell’affondamento ma che accompagnava anche il corallaio quando nel 1982 ritrovò casualmente il relitto. Secondo il suo racconto la nave Adonis proveniva dall’isola cinese di Nainan ed era diretta a Venezia, con un carico di minerali di ferro. A seguito del mare in tempesta ci fu uno spostamento del carico che la fecero inclinare sulla sinistra di 25 gradi; la nave rimase alla deriva per circa due giorni nei pressi delle coste Albanesi, al tempo ancora infestate da mine della seconda guerra mondiale. Pertanto l’equipaggio aveva già abbandonato la nave quando il cargo Jugoslavo Frenì in transito in quel posto cercò di trainarla verso le proprie coste. Nel frattempo il rimorchiatore Ardimentoso, partito dal porto di Brindisi al comando di Giovanni Barretta, fratello di Mimmo, chiese al comandante della Frenì di collaborare, ma questi negò la collaborazione. In effetti bisogna sapere che c’è un premio di alto valore per chi recupera una nave senza equipaggio, premio che può arrivare fino ad un terzo del valore della nave e di tutte le cose che essa contiene. Nel frattempo l’Adonis iniziò ad imbarcare acqua e dopo dieci minuti di traino la nave Frenì perse il rimorchio a causa della rottura del cavo da traino. A questo punto l’equipaggio dell’Ardimentoso salì a bordo dell’Adonis, riuscì ad agganciare la nave e a trascinarla verso il porto di Otranto. L’acqua imbarcata dall’Adonis la rendeva sempre più pesante e rallentava la velocità del suo rimorchiatore. Allora Mimmo Barretta prese il comando della nave in difficoltà al posto del fratello e diede l’ordine di abbandonarla. L’acqua imbarcata aveva creato una bolla di aria in pressione che, non riuscendo a sfiatare, fece esplodere la stiva numero 2 e l’Adonis colò a picco. Quando la poppa urtò sul fondo, il cavo da rimorchio dell’Ardimentoso si sganciò. Questo racconto è certamente molto più dettagliato e credibile delle precedenti versioni, anche se nessun registro riporta l’esistenza di una nave chiamata Frenì.
Recentemente però il ritrovamento di alcun documenti navali contenenti dati relativi alla ex nave Inverawe ha rimesso tutto in discussione. Dopo aver cambiato nome e bandiera varie volte fino al 1956 quando divenne la greca Adonis, la nave risulterebbe abbandonata il 19 febbraio 1960 nel punto 30° 52′ N-018°54′ E (in Libia) sulla rotta tra Vassiliko Bay (Cipro) e Venezia, con un carico di pirite, e affondata il giorno seguente un miglio al largo di Otranto mentre veniva rimorchiata. In questo caso non è chiaro come la nave si trovasse nelle acque della Libia andando da Cipro a Venezia; alcuni esperti ritengono che ci possa essere stato un errore sui registri navali. Infatti, variando la latitudine del punto di abbandono da 30° 52′ N a 40°52′ N il luogo coinciderebbe esattamente al largo dell’Albania. Questa imprecisione delle carte, assieme a un ricordo dei testimoni falsato nella data dell’affondamento farebbe coincidere questi dati con il racconto di Mimmo Barretta. Questa spiegazione potrebbe pertanto svelare il mistero che avvolge l’identità e la vera sorte dell’Adonis II. Le immersioni sul relitto sono molto impegnative per le difficili condizioni del mare dovute al vento quasi costante nel canale di Otranto e per la presenza di corrente in superficie; le condizioni sul fondo invece sono generalmente buone.
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